End of life as a choice. Euthanasia and suicide in the perspective of positivist criminology

 

di Pierpaolo Martucci*

 

Accettato: 17 novembre 2022 – Pubblicato: 02 dicembre 2022. 

Il presente contributo prima di essere pubblicato è stato sottoposto a procedura di referaggio (peer review) in base al regolamento editoriale della Rivista.

 

SOMMARIO:

 

Abstract:

  1. Individuazione del concetto di eutanasia
  2. La valutazione dell’eutanasia nella criminologia positivista
  3. Morselli e l’”uccisione pietosa”
  4. Verso la contaminazione fra eutanasia e eugenetica

Bibliografia

Note legali

 

 

Abstract:

The current debate about the controversial issue of euthanasia evokes remote antecedents. From a historical point of view, it is undoubtedly interesting to remember how the majority of positivist criminologists, influenced by a secular and materialistic culture, supported the use of euthanasia in the medical field. In Italy at the end of the nineteenth century, Cesare Lombroso – the founder of criminal anthropology – and above all Enrico Ferri expressed themselves in favor of the right to dispose of one’s own life and, consequently, of the lawfulness of “pitiful murder” and suicide aid. Thirty years later Enrico Morselli, famous psychiatrist and criminologist, in his book “The pitiful killing” admitted with very caution the possibility of a “medical euthanasia for private purposes”, determined “by noble and human reasons”, and subject to the full consent of the patient. Morselli’s prudence also stemmed from the growing favor to collectivist euthanasia, understood as an instrument of eugenic policy to eliminate socially unfit individuals. In fact, in the following years the debate on euthanasia would become increasingly closely intertwined with eugenic initiatives, which were implemented not only in Nazi Germany but before that in other countries of Northern Europe and in the United States. A contamination that still today conditions public discussions about end-of-life choices.

 

Individuazione del concetto di eutanasia

 

L’attuale dibattito sui temi eutanasici è direttamente collegato alla questione del dolore e della sofferenza derivanti da quadri patologici inguaribili o cronicizzati. È relativamente recente l’affermarsi della consapevolezza che il dolore, quando travalica la funzione di segnalatore di danno organico, diviene di per sé stesso una malattia in grado di aggravare pesantemente le condizioni fisio-psichiche del malato, che è necessario contrastare, poiché in pratica aggredisce l’intero quadro esistenziale del paziente. In questo senso si è consolidata la concezione di un vero e proprio diritto del malato al sollievo dal dolore[1]. Il dolore non trattato può portare al desiderio di morte, di eutanasia o suicidio assistito.

In prima battuta è opportuno operare una chiarificazione terminologica sulle precise implicazioni nei contenuti delle espressioni di uso comune.

L’origine del termine risale come è noto all’antichità classica ma la sua semplice analisi etimologica non appare utile ai fini di una sua definizione, in quanto il significato letterale di eutanasia  (“buona / dolce/ calma morte”), identificato già da Caio Svetonio Tranquillo nel passo della sua Vita di dodici Cesari relativo alla morte di Cesare Augusto,  è di per se troppo generico e,  proprio nel mondo greco-romano, si trovava ad assumere, di volta in volta, il significato di morte eroica, di morte rapida e priva di dolore fisico, soprattutto di una desiderabile morte “dolce e tranquilla[2]. Anche nella realtà attuale il concetto include significati e condotte differenti, il cui vero denominatore comune è la modalità incruenta o comunque “non dolorosa” della soppressione della vita. In effetti le condotte eutanasiche sono riconducibili a due generi principali: l’eutanasia collettivistica e quella individualistica.

La prima prescinde dal consenso e dovrebbe essere generalmente praticata su vasta scala per perseguire fini di utilità collettiva, in particolare “eugenetici” (uccisione di soggetti deformi o tarati – fisicamente o psichicamente – allo scopo di migliorare la stirpe), od “economici” (eliminazione dei malati incurabili, degli invalidi, degli anziani, per cancellare i costi del mantenimento di soggetti socialmente inutili). Le pratiche assimilabili all’eutanasia collettivistica, già presenti nei costumi tribali di svariati popoli indoeuropei, in particolare come soppressione degli anziani, si  manifestarono in modo più strutturato nell’antichità classica: a Sparta  i neonati deformi potevano essere gettati dal monte Taigeto, nella Roma repubblicana abbandonati mediante l’“esposizione” mentre una prima teorizzazione politica di un’eutanasia “sociale” utilitaristica, relativa a malati e criminali, si ritrova  nella Repubblica (III, 410a) di Platone. Nel corso del Novecento le esperienze totalitarie hanno drammaticamente sperimentato pratiche di soppressione collettiva a fini eugenici ed economici e la loro definitiva condanna nei processi di Norimberga e di Tokio le ha rese del tutto incompatibili con il rispetto dei fondamentali diritti dell’uomo.

Per quanto concerne le manifestazioni individualistiche dell’eutanasia esse – premettendo il carattere relativo di ogni classificazione – possono essere schematicamente ricondotte a due tipologie fondamentali: l’eutanasia “larvata” e l’eutanasia “terapeutica o pietosa” che a sua volta può rivestire forma “attiva” e “omissiva”[3].

L’eutanasia larvata o “pseudoeutanasia” si realizza quando ad un paziente in condizioni terminali, oltre ai normali presidi terapeutici, si somministrano sostanze analgesico-narcotiche in dosi sufficienti ad attenuare i dolori ma tali altresì da provocare, come inevitabile effetto collaterale, l’accorciamento della residua durata di vita del malato. Peraltro nel caso di specie la morte costituisce una conseguenza appunto “collaterale”, non perseguita direttamente e per questo taluno preferisce parlare di forme “pseudo-eutanasiche” legate alle pratiche della c.d. medicina palliativa[4]. Attualmente si può considerare l’alternativa umanitaria all’accanimento terapeutico.

La forma cd. “terapeutica” ne costituisce la manifestazione più tipica e corrisponde a quella che, quasi un secolo fa,  lo psichiatra e criminologo Morselli per primo qualificò come “uccisione pietosa”[5]  e che si può definire come “atti posti in essere intenzionalmente da un medico o da altri, per porre fine alla vita di un individuo che ne ha fatto esplicita, inequivoca e ripetuta richiesta, con lo scopo di liberarlo dalla sofferenza, dove gli atti posti in essere intenzionalmente possono essere sia di tipo commissivo (eutanasia attiva), sia di tipo omissivo (eutanasia passiva)”[6]. In tale definizione può venir ricompresa la figura, giuridicamente distinta, del suicidio assistito, quando gli atti mirati a provocare la morte del soggetto sofferente sono posti in essere dal soggetto stesso, ma con la determinante collaborazione di un terzo (che ad esempio procura un veleno).

Dal punto di vista delle modalità di realizzazione del fatto si possono dunque individuare due forme di eutanasia: quella attiva, caratterizzata dalla soppressione degli ammalati gravissimi, e quella passiva, che si traduce nell’omissione degli interventi terapeutici necessari a prolungare la vita di pazienti “prossimi alla morte”[7]. Ciascuna di queste forme può venire attuata in maniera consensuale o non consensuale. A prescindere dalle valutazioni di ordine morale, la presenza o meno del consenso determina un diverso inquadramento giuridico delle fattispecie concrete ed una differente prospettazione criminologica.

Occorre peraltro ricordare che non manca chi ha definito “fuorviante” l’impiego molto esteso del termine eutanasia  per qualificare impropriamente situazioni  tra loro assai diverse, quali, da un lato, la somministrazione di un farmaco mortale e, dall’altro, la sospensione dei trattamenti di sostegno vitale su richiesta del malato; a quest’ultimo proposito si è intesa sottolineare l’ “incongruità” di far rientrare sotto un’egida lessicale “sinistra” fattispecie che attengono ad un’iniziativa “perfettamente lecita qual è quella con cui si mira, da parte del paziente, alla sospensione delle cure mediche”[8]. É poi indiscutibile che un concetto quale quello di eutanasia passiva si intreccia in modo spesso inestricabile con la rinuncia al c.d. “accanimento terapeutico”, pratica la cui valutazione negativa è pressoché unanime per cui “quando il paziente viene sottratto all’accanimento terapeutico e muore, nessuno è legittimato a dire che gli è stata praticata l’eutanasia”[9].

 

La valutazione dell’eutanasia nella criminologia positivista

 

La presenza del tema eutanasico nel dibattito pubblico degli ultimi anni, nelle sue diverse declinazioni, e le polemiche innescate dalla recente pronunzia della Consulta che ha negato l’autorizzazione a un referendum abrogativo di una parte dell’art. 579 c.p. (omicidio del consenziente) tendono a oscurare la circostanza che le riflessioni in proposito – in campo scientifico e civile – sono di gran lunga più risalenti.

Già Tommaso Moro, nella sua Utopia (II, 174) aveva anticipato l’idea della “morte con dignità”, sottolineando la necessità ed il diritto di porre fine – con atto “religioso e santo” – ad un’esistenza costituente per il malato una “tortura”, un “supplizio”, un “sopravvivere alla propria morte”.  Una più compiuta teorizzazione del concetto venne effettuata nel 1623 da uno dei padri del pensiero scientifico moderno, Francis Bacon, il quale, nel De dignitate et augmentis scientiarum libri IX, indicò con chiarezza fra le funzioni del medico anche quella di “procurare una morte calma e facile” ai pazienti afflitti da mali inguaribili e dolorosi, identificando l’eutanasia come un’attività terapeutica di natura antidolorifica, unicamente di competenza medica.

Ma senza rievocare autori che si collocano nella prima modernità, risulta di sicuro interesse ricordare come nell’ambito della criminologia di derivazione lombrosiana e positivista, l’attenzione per la pericolosità nella valutazione della condotta e l’adesione ad una cultura laica e materialista determinarono delle palesi aperture rispetto al tema dell’omicidio pietoso.

Il padre dell’antropologia criminale, Cesare Lombroso, che al declinare del XIX secolo era senza dubbio (nel bene e nel male) lo scienziato italiano più noto al mondo, non si occupò direttamente dell’eutanasia ma nel suo celeberrimo L’uomo delinquente, trattando marginalmente dell’aiuto al suicidio, ne negò risolutamente la natura delittuosa:

“Fra gli altri pretesi reati, puniti dalla legge ma non dalla coscienza pubblica (…) convenzionali diremo noi e non punibili secondo la nostra scuola che colla reprensione vi ha l’aiuto al suicida. Se, lasciando le pure astrazioni, noi interroghiamo la scienza della vita, questa ci mostra, scrivono Calucci e Ferri, che l’interesse della società all’esistenza di ciascuno de’ suoi membri non è assoluto, ma scema anzi di molto, cessa anzi nei casi della morte volontaria. Ora la biologia dimostra che nella lotta per l’esistenza soccombono i più deboli, i meno atti alla vita sociale; ed appunto una delle forme di questa sconfitta è il suicidio, che, al  dire di Haeckel, è una valvola di sicurezza per le generazioni future, cui risparmia un triste e fatale retaggio di nevrosi, cioè di dolore (…) Ed io e Ferri dimostrammo che il suicidio è in antagonismo con l’omicidio, sicchè dove l’uno predomina scema l’altro, quindi da questo lato il suicidio è anzi di un vero vantaggio alla sicurezza sociale” [10] .  Nelle parole del padre dell’Antropologia Criminale è evidente l’influenza dell’evoluzionismo di Darwin, soprattutto nella forma – allora molto diffusa- del darwinismo sociale sostenuto dal filosofo inglese Herbert Spencer.

Il richiamo a Enrico Ferri è significativo, in quanto il famoso avvocato e antropologo fondatore della cd. Scuola positiva ispirata ai principi lombrosiani fu un importante teorico del diritto a morire, nel suo saggio L’omicidio-suicidio. Egli – in contrasto con la tradizionale impostazione filosofico-giuridica sull’intangibilità ed inalienabilità del diritto alla vita – affermò che in determinate situazioni anche il diritto all’esistenza è, come tutti gli altri, rinunciabile od abdicabile da parte di chi ne è il titolare [11]. L’autore sostenne che la società e la famiglia esercitano normalmente non un diritto ma un “interesse” all’esistenza di ciascuno dei loro membri; l’“interesse” non equivale a “diritto”, perché il primo trae origine dall’ “utilità” e il secondo invece dalla “necessità”. Ferri concludeva che, ove si fosse negata all’uomo la disponibilità della propria vita, si sarebbe riproposto il dominio della società sull’esistenza di ciascun individuo, tipico del rapporto di schiavitù e retaggio di tempi ormai superati.  Osservava inoltre che fra aiuto al suicidio e omicidio del consenziente nella sostanza non vi fosse molta differenza.

Del resto in quegli anni, nell’area medica, soprattutto anglosassone, non erano troppo rari i riferimenti all’accettabilità di pratiche di morte indotta o quanto meno facilitata. Ad esempio, in una recensione italiana del 1888 a uno studio statunitense su 327 interventi di tracheotomia effettuati nell’ospedale di Boston, il commento evidenziava che anche nei casi in cui l’operato periva in seguito all’insorgere di setticemia, andava considerato il fatto che quel genere di morte fosse assai meno doloroso rispetto a quella per “soffocazione”, per cui la tracheotomia aveva valore anche soltanto come “mezzo di eutanasia”[12].

Fu forse proprio la presenza di un’apertura “laica” al dibattito che caratterizzava allora il contesto culturale italiano a indurre l’ormai anziano Alfred Nobel a proporre a Francesco Crispi, allora Presidente del Consiglio, di costruire, a Milano o a Roma, degli stabilimenti dove chiunque avesse voluto, avrebbe potuto recarsi, per trovarvi una morte indolore, mediante le esalazioni di un gas di propria invenzione. Il progetto sarebbe stato integralmente finanziato dall’inventore della dinamite. Ma la proposta non ebbe seguito.

Tornando al campo più propriamente giuridico, la già ricordata Scuola positiva di diritto penale si espresse in buona parte per la liceità dell’eutanasia (oltre che del suicidio), se effettuata per motivazioni giuridicamente o socialmente apprezzabili: “colui il quale, dietro invito del morente, lo uccide, non fa altro che esercitare il diritto di questi trasmessogli per mandato verbale”[13].  Inoltre, in una visione del soggetto attivo incentrata sul paradigma della pericolosità piuttosto che su quello della colpa, si sottolineava la minore o nulla pericolosità di chi avesse soppresso una vittima consenziente spinto da pietà. Ferri riconduceva a questa circostanza la scelta di non considerare penalmente responsabile l’omicida determinato all’azione, oltre che dal consenso della vittima, “da un motivo morale, legittimo, sociale” [14].

Questo concetto sarebbe stato in seguito espresso da altri penalisti legati alla Scuola Positiva, come Altavilla, dove affermava che “l’agire in conformità di un desiderio, alle volte di una implorazione di chi vuole morire e chiede l’altrui soccorso, elimina l’odioso carattere di un gesto di ostilità contro il proprio simile. Ciò anche di più se la richiesta viene da chi supplica perché sia accorciata una insopportabile sofferenza che fatalmente l’accompagnerà fino ad un inevitabile morte (eutanasia)”[15]. L’Autore, polemizzando con quella che definiva l’ “inutile retorica etico-religiosa” sul diritto  a disporre della propria vita utilizzata da insigni studiosi, delineava un panorama problematico per certi versi ancora attuale, riferendosi alle pratiche eutanasiche occulte, poste in essere da “medici di ineccepibile probità”, mediante la somministrazione di dosi massicce di narcotici, non soltanto per combattere il dolore, ma anche per “l’inconfessato fine, cui molte volte partecipano amorosissime persone di famiglia” di abbreviare una vita soggetta ad insopportabili tormenti. Di fronte a tali situazioni, nascoste ma concrete, Altavilla denunciava le contraddizioni indotte dalle scelte repressive di politica criminale, le quali erano la causa di un “fatale dissidio” fra il giudizio di responsabilità e quello di pericolosità, che la giurisprudenza cercava di attenuare con le indulgenze consentite dalla legge. Il contrasto fra “verità” reale e “verità” legale, determinato da “schematismi metafisico-dogmatici” è stato ripetutamente richiamato da altri Autori anche in tempi molto più recenti [16].

 

Morselli e l’”uccisione pietosa”

 

Sulla scia di Enrico Ferri, qualche decennio più tardi, nel 1923, un altro importante scienziato formatosi alla scuola criminologica lombrosiana, Enrico Morselli, avrebbe affrontato in termini più diretti i dilemmi dell’eutanasia, nel volume intitolato L’uccisione pietosa. Morselli, al tempo personalità fra le più influenti nel panorama della psichiatria italiana, al termine di eutanasia affiancava quello di “uccisione misericordiosa” o “pietosa”, ovvero quella che “altri procura ad una persona sofferente di infermità ormai incurabile o molto penosa”.

Nel libro Morselli manifesta la sua avversione a quello che oggi definiremmo accanimento terapeutico (“falso, forse doloroso fermo alla vita, e inutile quando essa starà per fuggire dal corpo”, meglio un “assopimento progrediente della coscienza”). Invece, rispetto alla questione eutanasica propriamente detta si mostra decisamente più prudente, con la possibilità di ammettere in casi estremi una “eutanasia medica a scopo privato”, determinata “da motivi nobili ed umani, conciliabili coi criteri dell’Etica universale, quali la pietà, la simpatia disinteressata, la commiserazione”, sempre col pieno consenso del paziente.

“D’altra parte” – osserva, accostandosi a una concezione tipica del pensiero cattolico – “la sofferenza è un fattore di elevazione; il Dolore ha una finalità morale e quasi estetica; la Vita senza Dolore sarebbe insipida. Togliete il Dolore dalla evoluzione umana, e ne avrete arrestato il Progresso.

Ecco perchè dobbiamo assolutamente rifiutarci a spingervi i nostri simili, siano pur grandi le loro sofferenze, sia pure imminente nell’agonia il loro irrevocabile passaggio, sia pure miserabile e ignobile, indecorosa od inutile, la loro esistenza”[17].

La cautela di Morselli, che pure si era formato nell’ambito della scuola lombrosiana e positivista, si comprende anche alla luce del forte cambiamento politico e culturale intervenuto in Italia nel primo dopoguerra e soprattutto del moltiplicarsi di proposte eutanasiche “di carattere razionale ed utilitario, prospettando l’accorciamento della vita a chi risulti come un carico o come un oggetto di ripugnanza per la collettività”, inserite in progetti politici di eugenetica attiva.

Fra i principali sostenitori dell’eutanasia eugenetica vale la pena di ricordare Charlie Richet, medico premio Nobel, di stretta formazione positivista, che era stato amico di Lombroso, autore nel 1919 di un vero saggio/manifesto (La sélection humaine).

“Ogni individuo anormale” – scriveva Richet – “non può essere considerato come un riproduttore atto alla procreazione di una prole sana; dunque deve essere spietatamente rigettato. Anormali i deboli, i deformi; anormali anche quelli che portano in sé una debolezza morale grave, come i criminali e i maniaci; anormali, quelli che una imbecillità intellettuale incurabile mette senza alcuna contestazione al di sotto della media degli uomini (…). Se dunque esistono, fisicamente e psichicamente, di questi anormali, noi senza falso pudore dobbiamo scartarli dall’Umanità futura (…) Questi abbozzi di Umanità, questi prodotti disgraziati, condannati in sé e nei loro discendenti ad essere sempre dei rifiuti, questi poveri aborti, dotati di difetti fisici o di tare mentali, non possono inspirare che pietà, disgusto, avversione. Perché ostinarsi a prolungare la loro esistenza, malgrado l’ordine formale della Natura che li vuole sopprimere?”[18]. E più in là insisteva, specificando i soggetti eliminabili: “Se tutti i paraplegici, i portatori di labbro-leporino, gli storpi, i polidattili, gli idrocefali, gli idioti, i sordomuti, i rachitici, i cretini fossero soppressi, le Società umane non vi perderebbero nulla; vi sarebbero alcuni infelici di meno: ecco tutto!”[19].

Commentava Morselli: “Dalla lettura delle pagine del mio illustre amico ed eloquentissimo scrittore, confesso, dopo tutto, che non sento penetrare in me una convinzione sicura, sebbene sia il primo a riconoscere la giustezza, più ancora, la necessità della Dottrina eugenetica: dirò anzi che me ne sento turbato, e quasi disorientato nel mio sentimento di uomo”.

“Io opino invece” aggiungeva” che la salvezza di un Byron e di un Leopardi, di un Esopo o di un Eugenio di Savoia (essi pure rachitici e gobbi) e di altri uomini consimili avariati nel corpo, ma eccelsi nell’intelletto, compensa coi prodotti del loro genio la conservazione di qualche centinaio di individui inferiori, che tali sono non per colpa loro, ma quasi sempre per i peccati altrui” [20].

 

Verso la contaminazione fra eutanasia e eugenetica

 

Negli anni seguenti il dibattito sull’eutanasia si sarebbe sempre più strettamente intrecciato con le iniziative eugenetiche, che trovarono attenzione politica non soltanto in Germania ma prima ancora in altri Paesi del Nord Europa e negli Stati Uniti. E tuttavia occorre riconoscere che – contrariamente a quanto più volte si è sostenuto – queste esperienze non avevano una derivazione diretta né tanto meno trovavano aperta legittimazione nella scuola lombrosiana[21].

In proposito va ricordato che Lombroso, specialmente negli ultimi studi dedicati al rapporto fra genio e degenerazione, constatò che, in certi casi, queste ultime potevano anche comportare aspetti positivi in quanto “compensate da un grande sviluppo in altre direzioni” e perfino dall’esaltazione di alcune facoltà mentali.[22] Avviandosi alla costruzione di una teoria più complessa della società, oltre e al di fuori della medicalizzazione, egli riconobbe che la degenerazione produce la creatività nell’uomo geniale e in altri outsider, come i santi e i rivoluzionari che rifiutano l’ordine stabilito e in questo senso costituisce un elemento di progresso. Affermando la dimensione evolutiva della degenerazione Lombroso prendeva le distanze da Galton, di cui contestava i dati statistici; se per quest’ultimo la selezione naturale doveva essere rinforzata da una selezione artificiale eugenetica, in Lombroso “l’eugenica è, per così dire, iscritta negli stessi meccanismi evolutivi della selezione naturale, pur nei suoi meccanismi degenerativi”[23]. E sulle stesse posizioni si espresse la figlia Gina, autrice di un saggio del 1906 dal titolo significativo (I vantaggi della degenerazione), dove la degenerazione mentale veniva vista come adattamento talvolta utile, in termini di selezione naturale.

Così negli anni del fascismo emerse la configurazione particolare dell’eugenica italiana, caratterizzata essenzialmente da un tratto “positivo” e vista come il prolungamento della politica di espansione demografica: igiene sociale (lotta alla tubercolosi, alla malaria e all’alcolismo), tutela della famiglia e dell’infanzia, incremento della natività. Si è molto parlato dell’influenza moderatrice della Chiesa ma è giusto ricordare che in diverse occasioni il rifiuto di misure eugenetiche negative (in primis la sterilizzazione) da parte degli specialisti italiani prese le mosse “dall’idea lombrosiana che nella degenerazione possa manifestarsi in realtà il genio, che i malformati o gli epilettici possano nascondere nelle loro file un Leopardi o un Manzoni”[24].

E tuttavia gli esiti delle esperienze totalitarie hanno segnato per molto tempo i termini del problema. Così nelle polemiche non di rado si è voluto trattare di eutanasia in rapporto all’eugenetica, richiamando un termine che per certi versi è divenuto una vera e propria “icona della medicina maligna”. Non si tratta di un assunto originario, ma del risultato di un costante lavoro discorsivo e di rappresentazione simbolica che – motivato dall’orrore per le pratiche che culminarono nell’Olocausto – ha trasformato ciò che fu un evento storico contingente in un’immagine retorica del male collettivamente condiviso.

Ciò ha reso sino ad oggi assai difficile rievocare quel carattere aperto – o perlomeno neutro – che connotava i primi approcci a queste tematiche oltre un secolo fa.

 

Bibliografia

 

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* Docente di Criminologia nel Dipartimento IUSLIT dell’Università di Trieste; membro della Commissione scientifica della Società Italiana di Criminologia

Professor of Criminology at the IUSLIT Department at the University of Trieste; Member of the scientific Commission of the Italian Society of Criminology.

 

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[1] P. MARTUCCI e R. CORSA, Il diritto di non soffrire, in P. CENDON (a cura di), Tutela dei diritti della persona, IV, Torino, 2005.

[2] G. LUCHETTI, D. MASINI e F. MATTIOLI, F., Spunti per un’indagine sull’eutanasia nel mondo antico, in S. CANESTRARI, G. CIMBALO E G. PAPPALARDO (a cura di), Eutanasia e diritto, Torino, 2003, p. 27.

[3] A. CARUSO, L’eutanasia nell’ordinamento giuridico italiano: problemi medico-legali de iure condito e de iure condendo, in Diritto di famiglia, 1982, p. 706; L. MACCHIARELLI e T. FEOLA, Medicina legale, II, Torino, 1995, p. 1338.

[4] F. D’AGOSTINO, Parole di Bioetica, Torino, 2004, p. 81.

[5] G. MORSELLI, L’uccisione pietosa, Torino, 1924.

[6] Vedi BORSELLINO, P., Etica di fine vita. Eutanasia, in Aa.Vv., Psiconcologia, Milano, 2002, 1117; E. LECALDANO, Dizionario di bioetica, Roma-Bari, 2002.

[7] F. STELLA, Il problema giuridico dell’eutanasia: l’interruzione e l’abbandono delle cure mediche, in Rivista italiana di medicina legale, 1984, p. 1007

[8] P. CENDON, I malati terminali e i loro diritti, Milano, 2003, p. 202.

[9] F. D’AGOSTINO, Parole di bioetica, cit., p.79.

[10] C. LOMBROSO, L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza e alla psichiatria (cause e rimedi), Torino, 1897, pp. 569-570.

[11] E. FERRI, L’omicidio-suicidio, Torino, 1884, p.15.

[12] R. W. LOVETT & J.C. MUNRO, A consideration of the results in 327 cases of tracheotomy performed at the Boston City Hospital from 1864 to 1887, in American Journal of Medical Sciences, July, 1887. Recensione in Annali universali di Medicina e Chirurgia, I semestre 1888, p. 137.

[13] G. DEL VECCHIO, L’eutanasia e l’uccisione del consenziente, in Scuola positiva, 1926, p.170.

[14] E. FERRI, L’omicida. L’omicidio-suicidio, Torino, 1925, p. 508.

[15] E. ALTAVILLA, La dinamica del delitto, Torino, 1953, p. 282.

[16] Cfr. P. MARTUCCI, Eutanasia (profili criminologici), voce in Enciclopedia Giuridica Treccani, vol. aggiornamento XIII, Roma, 2005.

[17] E. MORSELLI, L’uccisione pietosa, Torino, 1923, p.86.

[18] C. RICHET, La sélection humaine, Paris, 1919, pp. 161- 164.

[19] Ibidem, p. 166.

[20] E. MORSELLI, L’uccisione pietosa, cit., pp. 25-26.

[21] P. MARTUCCI, Cesare Lombroso e il suo rapporto con l’eugenetica italiana. in F. SCRIMIN, T. MATTA, Medicina e Shoah. Eugenetica e razzismo del Novecento. Parentesi chiusa o problema aperto?, Trieste, 2020, pp. 189-207.

 

[22]Cfr. LOMBROSO C., L’uomo di genio in rapporto alla psichiatria, alla storia ed all’estetica, VI ed., Torino, 1894, pp. XIII-XV

[23] F. CASSATA, Dall’uomo di genio all’eugenica, in S. MONTALDO, P. TAPPERO (a cura di), Cesare Lombroso cento anni dopo, Torino, 2009, p.117.

[24] Ibidem.

 

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Note legali

 

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L’autore ha letto ed accettato la presente versione pubblicata del suo manoscritto che dichiara conforme all’originale da lui consegnato al Comitato di redazione di questa Rivista.

 

Dichiarazione sul conflitto di interessi

L’autore dichiara che la presente ricerca, la raccolta, l’elaborazione e lo studio dei dati correlati alla redazione di questo articolo sono stati condotti in assenza di relazioni commerciali o finanziarie che potrebbero essere interpretate come un potenziale conflitto di interessi.

 

Finanziamento

Questo articolo di ricerca non ha ricevuto finanziamenti esterni.

 

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Nota Bene: il presente articolo è il frutto di una ricerca e di una redazione originale ed inedita del contenuto da parte degli autori mediante un accurato procedimento di raccolta, di analisi e di distribuzione dei dati e delle informazioni pertinenti delle fonti riportate nelle note, nella bibliografia e nella sitografia reperiti su varie pubblicazioni, su siti internet ed in studi pubblicati su svariate riviste scientifiche e specialistiche settoriali nonché su volumi editi in italiano e/o in inglese ed in altre lingue straniere. Sebbene molte delle predette fonti bibliografiche utilizzino delle procedure di revisione tra pari, tuttavia gli autori che hanno redatto gli articoli pubblicati sul sito della Rivista di Medicina e Scienze Umane non hanno modo di accertare né di garantire l’effettiva veridicità dei dati e delle informazioni riportate da tali fonti bibliografiche.

Giova ribadire che le informazioni scientifiche sono soggette a continue variazioni causate dalle incessanti ricerche e sperimentazioni cliniche, dalle normali divergenze di opinioni fra i differenti orientamenti della dottrina giuridica, della letteratura scientifica e persino tra le autorità preposte, nonché dagli aspetti unici dovuti alla variabilità individuale ed alla possibilità di errori umani. Pertanto, tutti questi molteplici fattori ed elementi differenti si ripercuotono inevitabilmente quando vengono redatti articoli di ricerca così estesi, cosicché è possibile che altre fonti della letteratura medica, giuridica e scientifica possano prospettare ipotesi contrastanti o divergenti dalle informazioni riportate sul sito di questa Rivista.

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